Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

NEUROSCIENZE E DIRITTO PENALE. UNA BREVE RIFLESSIONE...

neuroscienzeNell'esaminare il delicato rapporto intercorrente tra diritto penale e neuroscienze è fondamentale porsi – e rispondere ad – alcuni quesiti di “natura preliminare”.

Cosa c'è di umano nella mente? Che cosa, più della mente, consente di distinguere l'uomo dalle altre specie animali? Cosa c'è di umano nel diritto?

Ubi societas ibi ius significa che “dove c'è società c'è diritto”, e viceversa. Se è così, però, risulta assai difficile spiegarsi, da un lato, per quale ragione, nella stessa essenza dell'uomo, “il momento giuridico” e quello “psicologico” facciano “così tanta fatica” a dialogare tra loro; dall'altro, per quale motivo il diritto sembri porre ben scarna attenzione alla stessa mente...

Per la verità, una parte della dottrina, ben rappresentata da Gulotta, sostiene che il nostro sarebbe un “codice penale mentalistico” e, quindi, pregno di richiami, sia alla mente che agli stessi stati mentali del reo. Il “pensiero corre veloce” alla coscienza e volontà dell'azione, alla volontà e rappresentazione dell'evento, all'errore sul fatto che esclude il dolo, all'imputabilità ed agli stati emotivi e passionali (rispettivamente previsti dagli artt. 42, 43, 47, 83 e 90 del codice penale).

A ben vedere, però, al netto del richiamo testuale, la particolare attenzione prestata a tale tematica è stata piuttosto di facciata che di sostanza come comprovato dalla scarna rispondenza della prassi rispetto alla copiosa produzione scientifica di specie.

Come se non bastasse, anche alcune categorie tradizionali del diritto penale, di elaborazione dottrinale e giurisprudenziale, risultano essere parimenti fittizie. Si pensi alla categoria dell'accettazione del rischio quale “dato di discrimine” tra il dolo eventuale e la colpa cosciente: l'accettazione del rischio, invero, rimanderebbe ad un autentico atteggiamento psichico del soggetto attivo del reato – l'accettazione del rischio, appunto – che, a ben vedere, non solo è del tutto esogena ad esso, ma non risulta essere nemmeno un principio normativo in senso stretto.

Quanto innanzi conduce a concludere che un diritto penale “consumante” richiami meramente formali alla mente umana, altro non sia che un “diritto solo formalmente umano”...

Per quanto sia vero che il “processo penale”, almeno per gli imputati maggiorenni, sia un “processo sul fatto” (e non sulla persona: dato estremamente rilevante in sede di esecuzione della pena, invece), non v'è dubbio il “fatto penalmente rilevante” è stato, comunque, commesso da un soggetto in “carne, ossa e mente”. Per non “scadere” in una valutazione di tipo aridamente oggettiva, insomma, non potrebbe farsi a meno di tener conto che, oltre al fatto, occorre “giudicare le persone”.

Da tale prospettiva, non v'è dubbio come le neuroscienze, approfondendo la conoscenza del funzionamento dei nostri meccanismi mentali, permettano un approfondimento della conoscenza dell'uomo e della sua stessa “umanità”.

Le neuroscienze, insomma, rifuggendo da qualsivoglia meccanicismo, “ci raccontano” l'uomo e le motivazioni, i fini, che incidono sulla sua volontà.

Come sottolineato da Mantovani, “lo studio della personalità del soggetto getta un ponte tra diritto penale e scienze dell'uomo di cui le neuroscienze, ad oggi, rappresentano uno dei baluardi più avanzati”.

Quanto innanzi non significa, comunque, che il diritto debba “accogliere acriticamente” i dati offerti dalle neuroscienze. I concetti elaborati dalle neuroscienze, infatti, devono (e dovranno) essere “normativizzati”, e sia perché l'ordinamento giuridico ha il dovere di fornire una lettura critica dei dati neuroscientifici, sia perché il giudice rimane – e rimarrà, pur sempre – peritus peritorum. Un processo di “normativizzazione” che comporterà, necessariamente, una rivisitazione delle stesse categorie di riferimento.

Si pensi alla radicale evoluzione che, nel corso del tempo, ha subito la stessa categoria dell'imputabilità, evoluzione resa possibile proprio da una diversa concezione che il diritto ha assunto dell'uomo, da “mezzo” a “fine” della sua stessa “efficacia operativa”.

Che, anzi, per il diritto penale, fosse proprio sul terreno dell'imputabilità che si “giocasse” la “partita del concetto di uomo” se n'era accorto lo stesso Rocco il quale, “nel decidere di non decidere”, nel “decidere di non prendere apertamente posizione”, collocò l'imputabilità al di fuori della teoria del reato. Una scelta metodologica (quella dell'imputabilità quale mero status di un soggetto per poter essere sottoposto a pena) che, sebbene “giustificato” dal particolare periodo storico in cui “si incardinò”, ha portato, comunque, a conseguenze a dir poco aberranti. Si pensi, ad esempio, alla creazione della categoria della seminfermità mentale ex art. 89 c.p. che, nel nostro sistema penale, ha valenza di mera circostanza attenuante e, quindi, di “fattore” sottoposto al bilanciamento con altre circostanze. A ben vedere, una circostanza attenuante come quella appena descritta poteva avere un senso soltanto in un sistema penale che, aderendo ad una concezione meramente psicologica della colpevolezza, concepiva l'imputabilità come mero status del soggetto.

Del tutto diverso è l'approccio col passaggio dalla concezione psicologica a quella normativa della colpevolezza.

Nella concezione normativa, invero, l'imputabilità, da fattore esterno alla teoria del reato, da status del soggetto, diviene presupposto della stessa colpevolezza. Da tale angolo prospettico, risulta del tutto impossibile concepire la seminfermità come mera circostanza attenuante (“bilanciabile” con quelle aggravanti). Se la volontà del soggetto è stata in qualche modo condizionata, se il soggetto non ha agito con la piena capacità di intendere e volere, allora è la stessa responsabilità a dover subire una diminuzione e fino al punto da poter essere del tutto eliminata, all'occorrenza.

Anche da tale "prospettiva", le neuroscienze possono offrire un contributo fondamentale perché, approfondire la conoscenza degli stati e dei meccanismi mentali consente di approfondire la conoscenza della categoria della stessa colpevolezza quale autentica rimproverabilità.

Si pensi, anche, alla suitas, alla coscienza e volontà dell'azione ex art. 42 c.p. ed al rapporto tra la stessa e l'imputabilità: ha senso parlare di capacità di intere e volere nei confronti di un soggetto la cui volontà risulti essere stata fortemente condizionata o, addirittura, “annientata”? Decisamente no!

Peraltro, i neuroscienziati hanno evidenziato un equivoco fondamentale nel quale si è tradizionalmente incorsi in tema di imputabilità. Generalmente, invero, si è riconosciuta la piena capacità di intendere e volere anche in capo a soggetti che presentavano intatti i loro schemi logici. In merito, però, neuroscienziati come Damasio hanno dimostrato che ad una “capacità logica integra può non corrispondere una piena capacità razionale”. La capacità di intendere e volere, insomma, non consisterebbe nell'integrità dello schema logico, ma nella capacità di produrre un discorso razionale.

Un dato fondamentale, quest'ultimo, che è stato – ed è! – alla base dell'evoluzione giurisprudenziale che, a decorrere dalla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione penale del 2005, ha iniziato a dare ampia rilevanza anche ai disturbi della personalità. Il soggetto che presenta disturbi della personalità, insomma, è un soggetto ben capace di produrre un discorso logico anche se, molto spesso, non è in grado di “portare avanti” un ragionamento razionale.

Peraltro, sulla scorta delle tecniche di neuroimaging, le neuroscienze riescono a fornire, con una certezza sempre maggiore, la prova di un sostrato organico anche di tali disfunzioni, perché i disturbi della personalità agiscono sulla stessa funzionalità del nostro cervello e, quindi, della nostra mente. Proprio per tale ragione, un concetto di imputabilità che sia realmente inteso, nella sua accezione normativa, come elemento fondante della colpevolezza, non può che riconoscere rilievo anche ai disturbi della personalità.