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IL CAMBIO DI SESSO: COI MINORI CI ANDREI "PIANO"...

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"I FALLIMENTI DI MERCATO". INTRODUZIONE, BREVE...

mercatoPer il 1° Teorema fondamentale dell'Economia del benessere, un'allocazione Pareto efficiente delle risorse è possibile a condizione che tutti i produttori ed i consumatori agiscano in regime di concorrenza perfetta (e, quindi, che nessuno di loro abbia “potere di mercato”) e che esista un mercato per tutti i beni.

Per il Teorema in parola, insomma, un mercato in regime di concorrenza perfetta alloca le risorse in modo efficiente automaticamente, senza che sia necessario l'intervento della cd. “mano invisibile dello Stato” di Smith.

I “fallimenti di mercato” sostanziano quei casi in cui l'azione del marcato raggiunge punti di inefficienza a causa del potere di mercato, dell'assenza di mercati, di informazione asimmetrica, di esternalità negative e della presenza di beni pubblici.

Il primo teorema fondamentale dell'economia del benessere, quindi, ha validità a condizione che tutti i produttori e consumatori non abbiano “potere di mercato”; che, insomma, siano price taker e non price maker.

Ed invero, se alcuni produttori e/o consumatori fossero price maker – e potessero, quindi, influire sul livello dei prezzi – l'allocazione dei beni non potrebbe dirsi efficiente perché, se un'impresa fosse detentrice di un determinato “potere di mercato”, potrebbe modificare i prezzi verso un livello superiore rispetto al costo marginale di produzione offrendo una quantità inferiore rispetto alla condizione di efficienza paretiana di cui all'equazione Mcc/Mca=Pc/Pa: alla produzione di quel determinato bene verrebbe destinata una quantità inefficiente di risorse, insomma.

Le situazioni in cui i produttori adottano un determinato “potere di mercato” sono rappresentate dal monopolio e dall'oligopolio.

Il monopolio rappresenta quella forma di mercato in cui tutta la domanda di un determinato bene e/o servizio è soddisfatta da un unico produttore. Nel caso di specie, la curva di domanda della singola impresa monopolistica rappresenta la domanda dell'intero mercato, il potere di mercato è assoluto e sono presenti “barriere all'entrata nel mercato” per tutte le altre, potenziali imprese.

Nell'ipotesi dell'oligopolio, invece, allorquando siano presenti nel marcato un ristretto numero di imprese di una certa importanza per dimensione, fatturato, numero di lavoratori, ecc, si potrebbero verificare le condizioni per effetto delle quali il prezzo di un determinato bene sia superiore al suo costo marginale.

Il teorema in parola viene metodologicamente impostato sull'ipotesi che esista un mercato per ogni bene: se non esistesse un mercato per un determinato bene, allora non potrebbe esistere nemmeno un'allocazione efficiente delle relative risorse.

Prendiamo ad esempio un bene essenziale come quello delle assicurazioni. Nel relativo contratto, previo pagamento di un determinato “premio”, l'assicurato, a fronte del verificarsi di uno specifico evento dannoso e/o pericoloso, si garantisce una determinata “copertura economica”. Teoricamente potrebbe ipotizzarsi di potersi assicurare anche contro la possibilità di diventare poveri. Nel concreto, però, è davvero ammissibile, è davvero possibile che in un mercato concorrenziale siano presenti imprese che ritengano remunerativo – e che siano, quindi, disposte a – fornire un prodotto assicurativo contro la povertà? La risposta, con molta probabilità, sarà negativa, anche perché una possibilità del genere potrebbe (anche) incentivare alcuni individui a non impegnarsi nel lavoro.

Nel caso considerato, insomma, il mercato non esiste, e non esiste anche per un problema di asimmetria informativa: una delle parti coinvolte nella transazione, nella specie l'assicurato, dispone di informazioni che l'altra parte, nella specie l'assicuratore, non possiede, con la conseguenza di rendere impossibile l'incontro tra “domanda” ed “offerta”, e, quindi, nella specie, la stipula del relativo contratto. I sistemi previdenziali pubblici “si spiegano” proprio perché l'assicurazione contro la povertà non è un bene disponibile nel settore privato.

Nell'ipotesi di assenza di un mercato si potrebbe verificare un'altra situazione di inefficienza, l'“esternalità”. Trattasi di una situazione in cui il comportamento di un individuo influisce sul benessere di un altro in modi che non si riflettono sul prezzo dei mercati esistenti. Di una situazione in cui le scelte di consumo o produzione di una persona o di una impresa entrano, rispettivamente, nell'utilità o nella funzione di produzione di un'altra entità senza che la stessa abbia dato il permesso o abbia ricevuto, in cambio, una compensazione.

Si pensi al caso di un'impresa che, al fine di provvedere alla propria produzione, inquini, a monte, un fiume: nel caso di specie, essa provoca degli effetti esterni negativi, sia per gli altri operatori che per la stessa collettività. Dal momento che non esiste un “mercato dell'acqua pulita”, l'impresa inquinante non dovrà sostenere un prezzo di utilizzo con la conseguenza che si verificherà un utilizzo indiscriminato della specifica risorsa. In tale situazione, il sistema dei prezzi non fornisce un segnale corretto riguardo al costo opportunità di una risorsa: l'impresa inquinante presenta un costo marginale privato inferiore a quello sociale perché non dovrà pagare nulla per l'acqua che inquina.

Trattasi di situazioni nelle quali “l'intervento dall'esterno”, l'intervento pubblico cerca di far fronte allo specifico fallimento di mercato attraverso l'imposizione di specifiche tassazioni, sia incentivanti che “dissuasive”, e/o sanzioni.

Un altro argomento relativo ai fallimenti di mercato è rappresentato dai beni pubblici a consumo non rivale e non escludibile, vale a dire da quei beni il cui consumo, da parte di un soggetto, non impedisca a qualsiasi altro individuo/soggetto di usufruirne ed in merito ai quali, l'esclusione di uno o più soggetti dal relativo consumo, sarebbe troppo costoso e/o tecnicamente impossibile.

Si pensi ad una strada pubblica ad utilizzo non escludibile. Il monopolista, al fine di massimizzare il profitto, sceglierebbe di applicare un pedaggio; sceglierebbe di richiedere ai soggetti che avranno a fruirne, il pagamento di uno specifico prezzo.

Lo Stato, le cui decisioni sono frutto di valutazioni sia in termini di efficienza che di equità, avrebbe, invece, tre possibilità: 1) imporre un pedaggio che consenta di coprire i costi di produzione, in modo da operare in pareggio (in tal caso, però, potrebbe aversi una riduzione dei casi di utilizzo della strada da parte dei soggetti potenzialmente interessati); 2) potrebbe imporre il pagamento di un pedaggio inferiore a quello necessario per operare in pareggio ottenendo le entrate necessarie in altro modo; 3) potrebbe non imporre alcun pedaggio.

Per correggere i fallimenti di mercato lo Stato può intervenire tramite interventi pubblici diretti o indiretti.

Nei primi, lo Stato entra nel mercato in prima persona sulla scorta di un'azienda pubblica. Nel secondo caso, invece, provvede alla regolamentazione delle scelte degli operatori economici privati al fine di indirizzarle verso l'obiettivo ottimale. In tal modo, il policy maker rimuove le cause che sono alla base dei fallimenti di mercato riconducendo l'equilibrio verso l'ottimo paretiano.

Ciò non di meno, è bene tener presente che anche l'intervento dello Stato non sempre è efficace. Esso, invero: 1) in alcuni casi, non riesce – realmente – a rimuovere la causa o le casue dello specifico fallimento di mercato; 2) in altri casi, invece, genera, addirittura, conseguenze di gran lunga peggiori rispetto a quelle che mirava a scongiurare, consumando dei veri e propri “fallimenti di Stato”.

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