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UNA SCELTA DI "DIRITTO UNIVERSALE"...

lodi-condanna-mensa-stranieriIl provvedimento oggetto di queste brevi riflessioni – a suo tempo “alla base” di una polemica davvero molto forte tra i vari soggetti coinvolti – aveva colpito 200 famiglie che, non avendo presentato i documenti richiesti dal Comune, erano state obbligate a pagare il ticket da 5 euro al giorno per la mensa scolastica.

Il Tribunale di Milano, con provvedimento dell'altro giorno, “accertata la condotta discriminatoria del Comune di Lodi consistente nella modifica del regolamento con la delibera del Consiglio Comunale n. 28/2017, nella parte in cui si stabilisce che i cittadini non appartenenti all’Unione Europea, per accedere a prestazioni sociali agevolate, debbano produrre la certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato esterno, corredata di traduzione in italiano legalizzata dall’Autorità consolare italiana”, ha condannato l’amministrazione a pagare cinquemila euro per le spese processuali e intimato di cambiare il regolamento stesso, che escludeva in sostanza i bimbi immigrati dalla possibilità di accedere ai servizi scolastici - anche quelli del trasporto bus - alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani.

Nell’ordinanza si è variamente sostenuta la "disciminatorietà" della condotta posta in essere dalla giunta di Lodi (guidata dalla sindaca Sara Casanova) e del “provvedimento che introduce una disparità di trattamento emesso da un’autorità che non ha il potere di assumere decisioni in proposito”.

In tutta sincerità, pur “plaudendola”, la decisione del Tribunale di Milano ha lasciato qualche punto di domanda pure a me.

Da un lato, infatti, non gravare gli extracomunitari di un adempimento che potrebbe risultare, oggettivamente, eccessivamente complesso e dispendioso, sia dal punto di vista materiale che economico (nella specie, quello di procurarsi la documentazione fiscale e/o comunque patrimoniale del paese di origine) - e, quindi, potenzialmente discriminatorio - sembrerebbe un buon punto di equilibrio.

Dall’altro lato, però, è altresì vero che, così facendo, potrebbe operare una sorta di discriminazione “all’incontrario” e, quindi, a detrimento dei bambini di famiglie italiane che potrebbero ritrovarsi estromessi dal godimento del beneficio in parola proprio per effetto della citata “statuizione”.

Purtroppo, quando si discute sull'ammissibilità o meno ad un determinato beneficio, sia esso un sussidio pubblico o lo stesso accesso ad un corso di studi, ci sarà sempre qualche estromesso: se le risorse – o i posti – disponibili sono pochi va da se qualche "scontento", ci sarà.

Al di là del merito squisitamente giuridico, ho avuto la sensazione (e questa “cosa” mi ha spinto a considerarla con favore) che la decisione del tribunale, ancorché basata su specifici riferimenti normativi (ivi compresa la supposta carenza di "potere normativo" del Comune in materia) abbia – di fatto – una valenza, un significato ed una motivazione “squisitamente politica”, in generale, ed “umanitaria”, in particolare.

Personalmente penso che sia sempre una questione di legalità; che non sia rilevante la provenienza o il colore della pelle: se vivi in Italia devi rispettare le leggi Italiane e basta, e la cosa dovrebbe valere per tutti, siano essi Italiani o stranieri, ivi compreso il legislatore, chiunque esso sia.

Quando si tratta di bambini, però, del loro “diritto universale” (quasi “naturale”) ad avere una vita libera e dignitosa, a non soffrire, a poter fruire di quelle possibilità capaci di fargli formare, prima, ed esprimere, poi, la loro personalità ed, in prospettiva, i rispettivi sogni e le loro sane ambizioni, qualsivoglia autorità – e, forse, la stessa collettività – dovrebbe(ro) fare un passo indietro. Un conto sono gli adulti. Ben altra cosa sono i bambini, invece.

Probabilmente, il Comune ha veramente agito in carenza di potere (in tutta sincerità, non ho approfondito e nemmeno mi interessava farlo: ai fini di questa riflessione non rilevava).

Probabilmente, la decisione, qualunque essa fosse stata, avrebbe comunque consumato una forma di discriminazione (Salomone avrebbe “deciso a metà". Altri tempi!): si sa bene che la legge non sempre "è perfetta", e che anche i magistrati possono non esserlo.

In ogni caso, scegliere chi “abbia diritto” o meno a certe possibilità di sostegno è sempre una cosa "triste" e difficile.

Comunque sia, la sentenza (forse) non sarà perfetta; forse verrà riformata o forse no. Nella “guerra tra poveri”, però, qualche ragazzino straniero avrà modo di dissetarsi alla fontana del nostro sapere, e alcuni nostri bambini avranno modo di imparare cose diverse dal solito (stare insieme a scuola è sempre fonte di scambio). E questa cosa, in tutta sincerità, mi piace.

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