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UNA «CIVILTA'» SENZA PIU' CUORE...

tragedia immigrazioneEsistono drammi che, al di là delle news, sembrano essere quasi impercettibili, come se fossero “giusto” delle “notizie" variamente diffuse in rete o diversamente riprese e riproposte dai media.

In effetti, in un Paese di “Santi e di Poeti” le sole parole, soprattutto quando si fa fatica a sentirle, il più delle volte, proprio non bastano.

Poi, però, accade che il fotografo di turno faccia così “l'irriverente” da far girare in rete foto che bloccano il pensiero, rallentano il respiro, schiacciano le coscienze. E allora ecco che esplodono per intero tutte le contraddizioni possibili, i sentimenti contrapposti e finanche l'idiozia del meno peggio. Una sorta di “commedia dell'arte”, col chiaro-scuro della profonda tristezza sostanziale e della devastante sintesi “d'occorrenza”: quella di una società troppo ciarliera, troppo “leggera”, troppo distratta, sempre pronta a cogliere “al volo l'occasione” per consumare propagande, anche quando non sarebbe proprio il caso. Una civiltà ripiegata su se stessa. Incapace di riflettere e di proporre. Erede illegittima del “proprio tempo”, quel “tempo” che non riesce nemmeno più “a cogliere”.

Il classico gioco delle tre carte, insomma. Solo che stavolta, “i colori e le figure”, non sono dati da bei disegni stilizzati, ma da corpicini inermi, da scene di dolore profondo, da storie vissute “ed andate”. Da “esistenze” che non avranno più nessuna occasione di vivere o raccontare altro.

Nel marasma della “piazza” un dato emerge con grande crudezza, insomma. Già, perché se nemmeno l'evidenza del dramma riesce ad unirci, almeno nel propugnare la necessità che si intervenga con strumenti idonei ed adeguati, e allora vuol dire che davvero "siamo alla frutta", come Popolo, come Paese e come civiltà!

Un tempo siamo stati la "culla del diritto"; il "Roma caput mundi"; il Paese dell'Umanesimo "illuminato"; la "terra della Santa Sede".

Oggi, invece, sembriamo soltanto l'immagine sbiadita di una pseudo-civiltà che non ha proprio più, nè "sapore", nè colore, nè "sostanza".

E allora, per una volta, nell'orda dei "barbari inconcludenti, sordi e ciechi", ho deciso di tenermi stretto il mio orgoglio da Napoletano: quello che non specula sulle differenze e sulle diversità. Quell'orgoglio illuminato che, anche nel dolore, anche nella sofferenza, anche in “quel vivi giorno per giorno”, vede nell'altro un uomo da rispettare, e indipendentemente dal sesso, dal colore della pelle o dal proprio credo.

In tutte le cose, il problema riposa, tutto, sempre e soltanto nelle regole. Si dovrebbe lavorare su quelle. Solo che anche "questo lavoro" richiede "un minimo di spessore"...

Ma tant'è... «Chist'e' 'o Paese do' sole. Chist'e' 'o Paese do' mare. Chist'e' 'o Paese addo' tutt'e parole, so' ddoce 'o so' amare, ma so' sempre parole d'ammore...» Sono i versi di un canto antico. Il ritmo incessante di un Popolo che la sofferenza la conosce bene, ma che ha pregnante contezza anche dell'amor proprio, della passione sincera e di quella spinta cosmopolita che gli ha permesso di essere la “scintilla del mondo”.

Davvero... Dopo quello che ho letto in questi giorni, più che Italiano, mi sento solo Napoletano. Pronto a dare fastidio. Il solito scugnizzo. Uno scugnizzo dalle braccia aperte e dal cuore grande, sospinto dal cuore pulsante della "sua terra". Quel battito incessante ricco di umanesimo liberale. Quel battito che non ha mai smesso di scandire il tempo e gli eventi, anche quando i fumi della lava l'hanno ricoperta. Anche al di là degli spari della Camorra. Anche là dove "gli altri", si sarebbero soltanto arresi...