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TRA UMANESIMO, SOLIDARIETA' E RESPONSABILITA'.

Sbarco-Profughi-Siriani-a-Brancaleone-Marina-022Quando c'è crisi economica profonda, quando la povertà imperversa, mettere alla prova le proprie virtù diventa oggettivamente difficile. Ma una “cosa” è far fronte alle difficoltà, ben altra questione è perdere il senno e il senso stesso della propria cultura e civiltà.

Il nostro è un Popolo chiaramente vessato e forse anche a "ragion veduta" perché se all'operatività della testa, sostituisci quella “della pancia”, è quasi “normale” che chi gestisca il potere faccia leva proprio sugli “appetiti dell'essere umano” per distribuire “contentini” in cambio di un riconoscimento sempre più pregnante e straripante di potere. Non siamo mai stati un grande Paese, però la nostra civiltà ha comunque “governato” culturalmente il mondo.

In tempo di crisi, la povertà dovrebbe avvicinare gli uomini, dovrebbe farli sentire più bisognosi di "calore" e solidarietà", e invece... Rabbia. Frustrazione. Urla. Grida. Non manca niente, nemmeno quel minimo di equilibrio che pur dovrebbe conservarsi, e in tutte le “occasioni”.

Il tema dell'immigrazione è oggettivamente drammatico ed incalzante. Difficile rifletterci. Complesso parlarne. Complicato anche individuare le eque soluzioni sostenibili. Ma “difficile” non vuol di re impossibile. Provarci è comunque doveroso.

Oggettivamente il “Sistema Italia” è marcio, anche su questa specifica questione. Soccorrere i bisognosi è un dovere a condizione che ci siano procedure chiare, che si evitino confusioni e che il tutto non si traduca in un mero strumento per procacciare ricchezza al sistema politico-malavitoso-affaristico italico.

L'informazione di sistema evidenzia spesso delle storture significative e finanche imbarazzanti. Per due giorni, ad esempio, in rete ha “girato” un video nel quale, dal un lato si vedevano degli immigrati ospitati in alberghi a 4 stelle, dall'altro si udivano alcuni di loro lamentarsi del fatto che, nello stesso, non vi fosse un collegamento internet, il che gli avrebbe anche reso impossibile sconfiggere anche la noia.

Di “primo acchito” resti perplesso. Poi, però, “ti fermi” e fai mente locale, perché gli alberghi saranno anche a 4 stelle, ma “costeranno come da specifico badget di spesa” generalmente dato per questi casi. Ciò non di meno, certe cose comunque “ti toccano” perché all'immigrato di turno vorresti dire: «vabbè, il sistema funziona male perché prevede che per un periodo di tempo tu debba necessariamente oziare. Non “funziona bene la cosa” e andrebbe adeguatamente riformata. Sii comunque grato perché, mentre tu almeno oggi dormi, mangi ed hai un tetto sopra la testa, ci sono nostri anziani che non riusciranno “ad arrivare” nemmeno a fine mese, servizi sanitari tagliati e disfunzioni varie, anche gravissime».

Vorresti continuare per dirgli anche, «certo, non è cola tua, perché tu non c'entri niente con un sistema corrotto, affaristico e saturo di “truffe” sistematicamente consumato sulla pelle di noi tutti. Ciò non di meno, non è proprio il caso che ti lamenti del "superfluo"...»

Insomma, nell'ordinaria, folle gestione delle cose, le diverse questioni vanno comunque considerate, altrimenti il ragionamento complessivo non funziona e presta il fianco solo alla sterile demagogia. Perché fanno da contraltare le drammatiche scene dei barconi affondati, dei "corpi galleggianti" e della paura che scorgi negli loro occhi degli immigranti appena sbarcati sulle nostre coste.

In certi casi davvero ci vorrebbe la saggezza di Salomone per riuscire a mediare in modo corretto, perché certe battaglie si possono seriamente sostenere soltanto se si è capaci di essere equilibrati, solo se si riesce "ad arrivare", sia al cuore che alla testa della gente.

E' cosa “detta” e “ridetta” ma è comunque questione importante: il sistema ci vuole sistematicamente divisi perché è proprio in quelle divisioni che riesce ad imperare senza freni. Le contrapposizioni gli sono necessarie, insomma. E' anche vero, però, che in ogni cosa ci vorrebbe sempre e soltanto equilibrio.

Il sistema immigrazione va totalmente modificato soprattutto rivedendo le clausule che impediscono la libera circolazione degli immigrati. In questi giorni ho letto varie proposte, alcune valide, altre del tutto ridicole, almeno dal mio punto di vista.

I tempi di “permanenza passiva” nelle strutture di accoglienza vanno assolutamente ridotti. Chi sbarca sulle nostre coste per essere inserito in strutture d'accoglienza, dovrebbe essere adibito a mansioni di “volontariato sociale”, in attività socialmente utili, per renderlo, da un lato gradualmente parte reale e consapevole della collettività di riferimento, dall'altro parte integrante del sistema produttivo, anche se in termini chiaramente compensativi rispetto alle spese relative al suo “mantenimento” nei predetti centri.

Nello stesso tempo, la lotta agli scafisti, la “guerra ai mercanti di vite umane” è questione fondamentale. Un intervento militare sarebbe seriamente auspicabile, proprio come la stessa realizzazione di presidi fissi di “accoglienza”, identificazione e “smistamento” direttamente "impiantati" sulle loro coste. Già, le loro coste. Il loro presidio, come quello del mare "estra-territoriale" e non, per individuare subito gli scafisti ed assicurarli alla giustizia, è questione parimenti fondamentale. “Interventi mirati”. “Blitz di polizia civile”: la relativa nomenclatura, ferma restando la complessità della gestione anche “diplomatica” della vicenda, conta davvero poco.

In ogni caso, bloccare le frontiere sarebbe l'errore peggiore. Se proprio tutte le ipotesi in “terra straniera” fossero davvero impraticabili, e allora l'obbligo della comunità europea sarebbe comunque quello di intervenire nelle porzioni di mare extra-territoriale e territoriale per individuare subito i barconi in questione, arrestare gli scafisti, portare in salvo i richiedenti asilo e distribuirli nei vari Paesi secondo criteri degni e “consapevoli” della reale portata e consistenza del fenomeno.

Non si può continuare a chiedere soltanto all'Italia di fare "tutto il lavoro" e di sopportarne oggettivamente l'intero “peso”, perché “il problema” non consiste nei “flussi di cassa” e nella consitenza più o meno ampia dei “fondi” all'uopo dedicati. L'in sé di tutto il fenomeno riposa nell'adozione di soluzioni capaci di dare un senso reale all'intera “operazione”.

Nel concepire una “novella”, bisognerà assolutamente implementare anche procedure capaci di evitare gli sprechi connessi ad un sistema di gestione del fenomeno sostanzialmente “mafioso”, ivi compreso quel “magna magna” tristemente emerso dalle ultime inchieste giudiziarie che hanno dato altresì evidenza all'indegna speculazione sistematicamente consumata sulla “pelle degli altri”, anzi sulle loro “disgrazie”.

Del tutto inaccettabile, invece, l'ipotesi - avanzata da qualche "bel politico" - di consentire ai Prefetti di requisire le "seconde, terze o quarte case" a fini "di ospitalità". Oltre all'assurdità dello strumento operativo ipotizzato - quello della decretazione d'urgenza, per intenderci - sarebbe oltremodo indegno "sacrificare" la proprietà privata a ragioni che, per quanto nobiliissime, non possono e non debbono essere assolutamente soddisfatte sulla scorta della comprossione degli ultrui diritti reali, fossero anche "soltanto" di mero godimento "potenziale". Le necessità logistiche esistono, sono reali, ma le soluzioni dovranno essere necessariamente differenti. Si "cominci" dall'utilizzo di quei beni confiscati alla malavita, soprattutto organizzata, che, il più delle volte - come più volte denunciato anche da specifici servizi giornalisti - risultano abbandonati a loro stessi, in un "clima" di sempre più crescente incuria e degrado. 

E poi effettive pratiche di integrazione anche dal punto di vista strettamente legale, perché una cosa è certa: la legge vale e deve valere per tutti. Chi viene nel nostro Paese, anche se a cagione di significativi drammi umani e sociali, deve rispettare le nostre tradizioni e il nostro ordinamento giuridico. Beni, valori e “sostanza” che anche e soprattutto gli italiani non dovrebbero mai dimenticare. Nello stesso tempo, le “popolazioni indigene” non hanno diritto di trincerarsi dietro a sterili e fuorvianti imprimatur o speudo-privilegi “da status”.

Continuare a gridare “prima gli italiani”, soprattutto quando è di evidenza oggettiva che chiudere le frontiere non farebbe entrare nelle casse nazionali nessuna liquidità aggiuntiva a favore degli stessi – è cosa molto sterile perché serve solo al proprio tornaconto elettorale: di sostanza ha quasi niente.

Ma ho detto “quasi” perché, al netto di tutto, credo proprio che dovremmo iniziare a fare i conti col concetto di “responsabilità!” Nella vita, nella gestione delle varie situazioni verificabili, in ogni cosa insomma, è proprio quel principio che dovrebbe dare senso a tutto. Piaccia oppure no, siamo sempre stati la culla della civiltà ed è da “società responsabile” far fronte a certe necessità, sia verso l'esterno che verso l'interno. Allo stesso tempo, chi decide di farvi parte, fosse anche solo perché costretto a scappare dal proprio Paese d'origine per sottrarsi ad un presente o futuro di miseria e morte, dovrebbe assumersi in termini pieni e compiuti la responsabilità di farlo in modo sincero, efficace, efficiente e convinto. Le pretese a trazione “socialista”, quel “mi devi mantenere per forza” (perché anche questa sotto-forma culturale bisogna evitare che proliferi) sono inaccettabili, e nei confronti di chiunque, italiani compresi.

Anche nella solidarietà, insomma, bisogna essere vicendevolmente responsabili: "nella vita", non bisogna mai abusare.

In ogni caso, queste brevi riflessioni sono soltanto un "ragionamento generale". Uno dei tanti possibili. Personalmente resto dell'idea che per costruire un nuovo, grande Paese ci sia bisogno di cambiare “registro”, il modo di pensare e finanche quello d'agire. Se essere Italiano significa davvero, ancora qualcosa, è solo in quel senso di “responsabilità” verso la propria storia ed i propri valori, anche cattolici – che non vuol dire prodursi in gestioni approssimative o eccessivamente “leggere”, soprattutto di certi fenomeni – che può realmente consumarsi quel distinguo capace di conservaci unici pur nelle dinamiche proprie di quell'integrazione che è valore sempre più ineludibile...