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RENZI E LA IATTURA DEL T.F.R. IN BUSTA PAGA.

Matteo Renzi tfrDal 1 gennaio 2015 il governo vorrebbe dare il via libera all’anticipo del T.F.R. in busta paga.

Secondo il premier, «per uno che guadagna 1300 euro», la consistenza aggiuntiva sulla busta paga sarebbe di circa «un altro centinaio di euro al mese» (anche se, ad esempio, ragionando su un reddito annuo di 24.000 sarebbe più corretto parlare di un incremento di soli 70,00 euro mensili). L’idea - parecchio astrusa e fuorviante, per la verità! - sarebbe quella di rilanciare i consumi arrivando a dare fino al «50 per cento» della quota che normalmente sarebbe stata accantonata a titolo di T.F.R... Una sorta di “manovrina” come quella degli “ottanta euro”, tanto per intenderci, anche se parecchio più ambigua. L'ipotesi, sinceramente, non convince ed è anche rischiosa. Una manovra, non soltanto estremamente complessa, ma anche "irrazionale" dal punto di vista della relativa ricaduta pratica. Ma procediamo con ordine.

Tra l'inserimento in busta paga del T.F.R. e lo spauracchio degli “ottanta euro” le differenze sono parecchie. Quelli del T.F.R., infatti, sebbene percepiti ex post - per effetto dell'interruzione del rapporto di lavoro o per raggiungimento dell'età pensionabile - sono comunque soldi del lavoratore. Trattasi di somme per di più indicizzate e sottoposte ad una tassazione più favorevole. Uno degli investimenti più sicuri che un lavoratore possa fare. Una forma di investimento senza intermediari. Una forma previdenziale a zero costi di gestione. Un accantonamento che garantisce in modo certo il futuro potere d’acquisto. La quota mensile "accantonata", infatti, viene rivalutata all’1,5 per cento e questo valore viene tassato all’11 per cento, quindi meno di quanto avvenga per i titoli di Stato.

Peraltro, e non è di poco conto ovviamente, l’anticipo del T.F.R. in busta paga reppresenterebbe un serissimo problema anche per le stesse casse aziendali essendo di palmare evidenza che, se per un lavoratore, il T.F.R. costituisce un sicuro investimento, per le aziende è una risorsa importante che difficilmente si può immaginare di sostituire. Il tutto senza contare che per le aziende, soprattutto per quelle piccole, il carico mensile che deriverebbe dall'attuazione del principio in discussione sarebbe sicuramente eccessivo, non facilmente sostenibile e potrebbe mettere in ginocchio molte di esse.

Davvero, l'idea proprio non convince. Renzi ha immaginato di aumentare i consumi distribuendo "noccioline" ad un eccessivo costo di gestione, sia per le imprese che per i lavoratori, contestualmente diminuendone il potere d'acquisto, sia coevo che futuro. La "manovrina" immaginata dal premier, insomma, rischia solo di determinare tre fattori assurdi. Lo Stato incamererà più denaro. I lavoratori si priveranno di ricchezza “futura”. Le piccole aziende rischieranno di chiudere. La peggiore delle ipotesi operative, insomma. La nostra economia va rimessa in sesto, non va certo distrutta...

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