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QUANDO L'ARTICOLO 18 DIVENTA DEMAGOGIA...

lavoro-caniLa discussione sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha riacceso gli animi, riaperto i confronti, reso ancora più "ardenti" gli scontri e fatto consumare i soliti luoghi comuni.

E' vero che in una fase di crisi come quella attuale, discutere dell'articolo 18 potrebbe sembrare "il non problema". Anzi, probabilmente lo è per certi versi, perchè se tante azienda hanno chiuso i battenti e continuano ancora a farlo, se tanti disoccupati ci sono in giro e sembrano destinati ad aumentare, se nessuna speranza concreta di ripresa si intravede all'orizzonte, oggettivamente, parlarne potrebbe rappresentare una mera speculazione filosofica o di sistema in generale. Ma "potrebbe", non è detto che lo sia! La verità è che l'esistenza di una situazione così drammatica come quella che vive il nostro Paese, impone tante riflessioni, anche quando potrebbero sembrare "di secondo piano". E' una questione di corretta impostazione delle discussioni, delle analisi e delle sintesi, anche operative.

L'articolo 18 è la solita bandiera di un sistema che non tutela realmente il sistema competitivo e che tende solo ad omologare verso il basso.

E' vero che la stabilità di tanti posti di lavoro può determinare una stabilità dei flussi di mercato agendo direttamente sul rapporto tra "domanda" ed "offerta". E' vero che se c'è stabilità è più facile avere un mutuo, ad esempio, o un piccolo finanziamento per altre necessità. Ma nulla potrà mai mettere seriamente in discussione l'antefatto logico della "stabilità". Un sistema è stabile quando la sua economia è florida, quando produce ricchezza, quando riesce a stimolare la competitività e la sana competizione tra gli attori sociali. Un sistema è stabile quando la passione e la sfida non trovano ostacoli negli eccessivi gravami di sistema perchè, tra la stabilità e l'artata imposizione di privilegi ne passa.

Se un dipendente, pubblico o privato che sia, non è all'altezza del proprio compito deve poter essere rimosso senza se e senza ma. E' assurdo che esista ancora il "ricatto" della "tutela reale". E' assurdo che si debba ancora pagare "dazio" al sistema sindacale, perchè quello sì che "compra e vende" come se nulla fosse! E' assurdo che tanti oneri di gestione siano così assorbenti e devastanti da determinare una lievitazione dei nostri prezzi in misura tale da rendere le nostre aziende incapaci di competere sul mercato, soprattutto internazionale.

Ancora più assurdo è non vedere la verità. Senza lavoro l'uomo non è niente. E senza le imprese il lavoro non si crea. La "mediazione meritocratica" tra i due momenti è "necessariamente necessaria", proprio come la riflessione profonda sulla definzione di contesto e sulla definizione dei "nuovi lavori", perchè un Paese riesce ad avere una storia vera e seria solo se riesce ad immaginarsi nel corso del tempo dandosi una dimensione in profondità e larghezza.

Sterili e fuorvianti, poi, le varie coloriture della solita cultura "populare" e populista; le varie discettazioni, del tutto infondate, di possibili rapporti tra l'articolo 18 e la sicurezza sui luoghi di lavoro.

La salute dei lavoratori sul luogo di lavoro non si tutela col famigerato articolo 18 ma con gli adempienti previsti dal D. Lgs. 81/2008 e s.m.i. La sintesi va quindi da sè. L'articolo 18 va abolito. Le misure per la sicurezza dei lavoratori vanno migliorate. Il lavoro si acquisisce e si conserva per merito. La Salute si tutela con la specifica normativa di settore.

Semplice. Concettualente scontato, anche se una "certa sinistra" se ne scorda...