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CHARLES MOORE: MARGARET THATCHER...

maggie(di Daniele Capezzone) - Ammetto con i lettori di questa piccola rubrica una doppia debolezza. Stiamo parlando di Margaret Thatcher, e cioè – per me – dell’autentico gigante della politica occidentale degli ultimi cinquant’anni. E stiamo parlando (è lui a scrivere di lei) di Charles Moore, uno dei miei commentatori preferiti, un vero punto di riferimento su Telegraph e Spectator, dei quali è stato anche direttore alcuni anni fa.

Moore ha pubblicato da pochi mesi il secondo volume di una biografia autorizzata della Lady di Ferro: questo secondo tomo (800 pagine) si occupa degli anni più trionfali della Thatcher: dal seguito della vittoria nella Guerra delle Falklands nel 1982, al secondo grandioso successo elettorale del 1983, fino alle terze elezioni vinte nel 1987. Si attende un terzo volume (sugli ultimi anni di governo), mentre il primo volume (pubblicato nel 2013, altre 800 pagine) copre ovviamente tutto il periodo precedente, Falklands incluse.

Questo monumentale lavoro biografico nasce nel 1997, quando la stessa Thatcher decide di affidare a Moore il ruolo di suo biografo ufficiale. Con ciò, Moore ottiene pieno accesso agli archivi e alle carte della Lady di Ferro: all’analisi di questo materiale sterminato, Moore aggiunge una quantità immensa di colloqui e testimonianze, e in più la propria peculiare sensibilità e intelligenza, che gli consentono di scrivere un lavoro pienamente simpatetico ma non per questo agiografico.

moore1Moore si trova dinanzi a un compito molto diverso in questo secondo volume: se per il primo volume le fonti erano troppo poche e “private”, per questo secondo volume le fonti sono risultate – spiega lui stesso – troppe, debordanti, e quasi senza più distinzione tra vita pubblica della Thatcher e vita privata, ormai trasfusa nella prima.

Ma qui sta la prima magia. Pur consapevole dei rischi legati alle fughe di notizie e ai possibili “leak”, la Thatcher (che appartiene alla generazione pre-email) scrive tutto, annota tutto, non nasconde la sua visione delle cose (al contrario!). Moore racconta di come la Thatcher – sugli stessi testi ufficiali governativi – sottolinei e accompagni con punti esclamativi di approvazione ciò che le piace. Al contrario, è solita sottolineare con un tratto sinuoso e serpeggiante, una specie di onda (è da presumere: temutissima da collaboratori di ogni livello!), le parti che giudica deboli, o burocratiche o filo-europee: tre maledizioni, nella sua prospettiva.

Nella politica europea degli anni Ottanta, dall’andreottismo al Mitterrand (non dimentichiamolo mai) soprannominato “le Florentin”, la regola è quella della simulazione e della dissimulazione, dell’”arte” di pensare una cosa, dirne un’altra e farne un’altra ancora. La Thatcher capovolge quest’abitudine, e impone uno stile brutale, diretto, a volte anche troppo sincero. I princìpi proclamati sono tradotti in pratica con assoluta consequenzialità, non trascurando i relativi costi di conflitti e impopolarità.

La seconda cosa da sottolineare è che, per un Primo Ministro all’apice del suo successo, c’è una costante sovrapposizione di decisioni, tra politica interna e politica estera. Noi – ex post – tendiamo a vedere ogni aspetto separatamente, dossier per dossier. Ma lascia senza fiato scoprire invece la contestualità cronologica di decisioni o eventi cruciali. Per fare un solo esempio, nello stesso giorno del 1986 in cui la Thatcher deve incassare una pesante sconfitta parlamentare sul cosiddetto Shops Bill (un provvedimento per estendere l’apertura domenicale dei negozi), da una base inglese partono gli aerei americani che bombardano la Libia di Gheddafi. Ma è così per tutto il periodo coperto dal secondo volume: decisioni rivoluzionarie in politica interna su economia e privatizzazioni, e insieme la rete di relazioni in politica estera con Reagan e Gorbaciov.

moore2Anche qui, notate le differenze rispetto ai vizi del tradizionale ceto politico, spesso portato alla non decisione, alla dilazione, alla diluzione, all’attenuazione, al “mota quietare, quieta non movere”. Per la Thatcher vale l’inverso: su ogni dossier, non solo occorre decidere, ma occorre prendere la posizione più forte, più netta, più di trasformazione. Calcisticamente, la Thatcher non gioca mai per lo zero a zero. Ritiene di dover essere sempre protagonista: e non per smania di presenzialismo, ma per non sciupare mai l’occasione di proporre/imporre una visione radicalmente liberale (in politica interna) e radicalmente occidentale e antitotalitaria (in politica estera).

E qui scatta la terza osservazione che desidero fare, in questo invito alla lettura. Moore ha mano felicissima proprio perché non si limita a descrivere quello che già conosciamo o presupponiamo: e cioè il carattere inflessibile della Thatcher. Anzi, spesso ci mostra come la sua inflessibilità non sia affatto priva di sfumature e accortezze tattiche: l’obiettivo della Thatcher è arrivare al raggiungimento pieno del risultato politico, non certo fermarsi senza averlo colto. Il punto è un altro: oltre al carattere, ci sono le idee. Se possibile, il carattere è forte proprio perché – prima – sono forti le idee, le convinzioni. Perché in lei non c’è la propensione alla mera gestione e mantenimento del potere: semmai, c’è il potere finalizzato all’inveramento di alcuni principi, sui quali non è disposta a cedere. Logicamente e cronologicamente, quindi, la sequenza è: prima le idee, poi il potere, quindi i risultati coerenti con le idee di partenza.

In queste 800 pagine, c’è ovviamente un mare di aneddoti, di circostanze, di testimonianze che meritano di essere lette, comprese, meditate. Ma c’è un episodio che a mio avviso rende bene questo mix di “carattere più idee”. Si tratta del primo pranzo ufficiale organizzato dalla Thatcher con Gorbaciov e sua moglie Raissa nel dicembre del 1984, che Moore ricostruisce anche attraverso le testimonianze di segretari particolari e interpreti della Lady di Ferro. L’incontro si apre con una specie di interminabile interrogatorio che la Thatcher fa a Gorbaciov, una lunga e inflessibile requisitoria contro i fallimenti del comunismo, contro l’inferiorità dell’economia pianificata sovietica, a difesa dei dissidenti (a partire da Sakharov , Sharansky e gli ebrei refusnik), e a favore della superiorità delle democrazie liberali e dell’economia di mercato. Tutto con toni durissimi, che intimidiscono gli stessi collaboratori. La Thatcher non dà tregua al suo interlocutore: lo incalza, lo contraddice sistematicamente, non si accontenta delle risposte difensive che ascolta. I testimoni riferiscono a Moore di aver temuto, a un certo punto, che tutto stesse per saltare, vista la durezza degli scambi. La stessa signora Raissa sussurra a suo marito tutto il proprio malumore, e che è il caso di finirla lì. Ma esattamente nel punto di massimo contrasto, dopo aver detto tutto quello che poteva dire, la Thatcher si ferma, sorride e dice: “Bene, la parte più difficile della nostra conversazione è conclusa”. Insomma: prima i principi, su cui non si transige; poi il dialogo.