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"HO CREDUTO IN HITLER!"

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(Di Daniele Capezzone) - Non ci sono le condizioni per un mio impegno elettorale il 4 marzo prossimo. “O staremo in piedi sui princìpi, o non staremo in piedi affatto”, disse la signora Thatcher....

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"HO CREDUTO IN HITLER!"

ho creduto_in_hitler(Di Daniele Capezzone) - Gianmarco Pondrano Altavilla è il presidente del Centro Salvemini. Da storico coraggioso e sensibile, non ha paura di maneggiare materiale incandescente: anzi, a maggior ragione riesce nel piccolo miracolo di costruire un apparato critico rigorosissimo, senza soffocare l’oggetto della ricerca, che – per tanti versi – parla da sé. E parla, in questo caso, un linguaggio terribile.

Per le edizioni Castelvecchi, Pondrano ripropone infatti le memorie del leader della Hitler-Jugend, Baldur Von Schirach, accompagnate da un saggio introduttivo che aiuta a capire molte cose.

La “filosofia” della Hitler-Jugend, come si sa, era intrinsecamente contraddittoria: per un verso, proclamava l’autodeterminazione dei giovani (una sorta di “stato nello stato”: “la gioventù che governa la gioventù”); per altro verso, però, imponeva l’obbligatorietà e l’unicità dell’organizzazione. Morale: all’affermazione di libertà faceva seguito la totale sottomissione, l’intangibilità del principio di autorità, la militarizzazione integrale, il controllo totale di menti e caratteri.

Von Schirach finì a Norimberga, ed ebbe una condanna a vent’anni di carcere, nonostante l’abbandono dei suoi compiti nella HJ nel 1940. Ma il suo contributo alla militarizzazione dell’organizzazione e il suo operato verso gli ebrei non potevano consentire un esito diverso.

Non era un antisemita viscerale, per così dire. Testimoni affermarono che sua moglie, addirittura, osò in un’occasione affrontare Hitler sul tema delle deportazioni. Ma a Vienna Von Schirach contribuì a “liberare” gli appartamenti che erano in mano agli ebrei, e per quanto la sua difesa avesse affermato che lui non sapeva dei campi di concentramento (se non a partire dal 1944), in realtà già nel 1942 ogni mese si allontanavano da Vienna convogli di 4-5000 ebrei. E la responsabilità non poteva che ricadere anche su di lui, “come un macigno”, annota giustamente Pondrano.

E qui Pondrano offre un’analisi di particolare finezza. Von Schirach, per mille ragioni, non corrispondeva all’idealtipo “ariano” (era corpulento e di aspetto assai curato), era di madre americana, aveva studiato arte, aveva frequentato la buona società.

Ma – appunto – anche in quella “buona società” c’erano sintomi della malattia. Sbaglia chi descrive il nazismo in termini (o solo in termini) di accozzaglia barbara e violenta. C’era anche altro, c’era la classe media, c’era una classe ancora più elevata.

C’era – soprattutto – un rifiuto radicale della modernità, e la volontà ossessiva di preservare l’”ambiente” e la storia tedesca. In questo quadro, l’ebreo era per antonomasia il nemico, in quanto “agente” della modernità, attore liberale e cosmopolita, protagonista del mercato.

E’ in questa atmosfera che si formò Von Schirach. E non è difficile comprendere come l’avvento di Hitler, rispetto a tutto ciò, non sia stato un evento improvviso, ma “un seme caduto in un terreno ricettivo”, come chiosa acutamente Pondrano.

Una lezione per gli anni Trenta, certamente. Ma, sia consentito dirlo ovviamente in forme e modi totalmente diversi, anche un ammonimento per l’oggi, per un “carattere” tedesco che continua a esistere e a gravare come un’incognita, come una “x” imperscrutabile, non solo sul passato ma anche sul presente e sul futuro dell’Europa.

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