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"Energie PER L'Italia" - Programma di governo - Cap. 10. "PER un welfare sussidiario e una sanità efficiente"...

parisi-per(A cura della Redazione - Fonte: sito di "Energie PER L'Italia") - «Noi crediamo che il principale motore del “bene comune” non sia lo Stato, ma la società e le sue articolazioni spontanee: imprese e comunità, famiglie e associazioni.

Lo Stato, a prezzo di un dispotismo insopportabile e inefficiente, non può sostituire ciò che emerge dalla vita sociale: è il principio di sussidiarietà, espresso anche nella nostra Carta costituzionale. Ed è sulla base di questo principio che si fondano molte delle nostre proposte, convinti come siamo che “pubblico” significhi rivolto al pubblico, e non gestito dal pubblico, e che solo la sussidiarietà garantisca al cittadino reale tutela contro inefficienze e limitazioni della sua libertà.

Ciò vale, a maggior ragione, per il sistema di welfare. Un sistema di welfare, il nostro, profondamente ipocrita, universale solo sulla carta, spesso incredibilmente inefficiente, fonte di ingiustizie intollerabili. Un sistema, pertanto, che va ripensato in tutti i suoi aspetti.

Mentre un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni.

Se intraprendiamo questa seconda strada - e noi abbiamo l’ambizione di farlo - non c’è alcun dubbio sul fatto che la prima e più importante emergenza da risolvere per tornare ad essere un grande Paese sia quella demografica.

L’anno scorso si è verificata la più consistente diminuzione di popolazione nel nostro Paese dalla prima guerra mondiale: 76mila persone in meno. Muoiono (molte) più persone di quelle che nascono. Culle vuote e residenze per anziani piene. I numeri impietosi sugli espatri dei giovani italiani e sul numero di nascite in rapporto alla popolazione - il più basso in tutta Europa - dipingono una situazione che è già oggi una tragedia non solo economica, perché renderà progressivamente insostenibile il nostro sistema sanitario e pensionistico, ma soprattutto etica e sociale, perché un Paese che non fa figli è, semplicemente, il primo indicatore di una società al tramonto.

Nessuna misura, da sola, può risolvere il problema: ciò che serve, invece, è una grande operazione politica, economica e soprattutto ‘spirituale’, sia pure in senso laico, che rimetta al centro il valore della natalità come investimento della società nel suo stesso futuro.

Dobbiamo ridare energia alla società, rimettere in moto la voglia di stare meglio, di creare benessere per sé e per gli altri e quindi anche la voglia di fare dei figli. Un Paese che cresce è anche e soprattutto un Paese che cresce nella sua demografia, è un Paese che ha fiducia in se stesso e nel suo futuro.

Ciò significa, innanzitutto, attivare un percorso di lungo termine che sposti gradualmente risorse pubbliche da capitoli di spesa inefficiente al sostegno della natalità.

Il più importante strumento di incentivo alla natalità è pur sempre far sì che le donne lavorino di più, promuovendo crescita economica e occupazione. Uno stipendio in più può fare la differenza, specialmente nelle coppie più giovani, per sentirsi sicuri e costruire una famiglia. Tuttavia, anche gli strumenti di sostegno alla natalità sono indispensabili, purché non siano, come oggi sono, frammentari e temporanei.

Occorre mettere in campo politiche familiari di tipo complementare (il caso della Francia è esemplare), calibrate in relazione a esigenze socialmente differenziate e idonee a promuovere l’impiego femminile e la maternità al contempo, poiché è dimostrato che nelle aree in cui le donne lavorano di più i tassi di natalità sono più elevati.

Il nostro obiettivo, perciò, è quello di unificare le risorse e gli strumenti a disposizione dello Stato, contribuendo a invertire la rotta demografica.

Il primo, fondamentale strumento da cui partire è l’assegno di natalità. Negli ultimi anni, nonostante le buone intenzioni, la sua efficacia è stato insoddisfacente. E lo è stata sia perché l’importo è troppo esiguo, sia perché esso non tiene conto del fatto che la reale peculiarità del nostro Paese è la bassissima propensione ad andare oltre il primo figlio. Perciò, l’assegno deve essere incrementato gradualmente per ogni figlio in più, prevedendo 1.000 euro annuali per il primo, 1.500 per il secondo, e 2.000 dal terzo in poi per ciascun nuovo nato, fino ai cinque anni di età del bambino, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei nuclei familiari.

Il secondo capitolo per promuovere la natalità è quello dei congedi parentali, che devono diventare uno strumento obbligatorio ma flessibile, che consenta ai neogenitori di modularlo a seconda delle caratteristiche della propria vita professionale e familiare, secondo una logica sussidiaria.

Ciò significa eliminare il pregiudizio secondo cui debba essere la donna, sempre e comunque, a rinunciare a lavorare dopo il parto per prendersi cura del figlio, riequilibrando il rapporto fra i genitori. Il congedo flessibile prevedrebbe l’attribuzione di quattro settimane di congedo obbligatorie e non trasferibili per ciascun genitore, con indennità al 100%, e ulteriori undici mesi ripartiti liberamente tra i due genitori, con indennità all’80%. La fase della procreazione merita infine protezione e riconoscimento sotto il profilo previdenziale: andrebbero perciò previsti contributi previdenziali figurativi che coprano questi periodi di vita.

Altro punto decisivo su cui abbiamo il compito di agire è incoraggiare la creazione di asili nido, secondo il modello del partenariato pubblicoprivato. I comuni svolgono un lavoro prezioso nell’offerta di asili, ma non basta: per permettere a tante future madri di conciliare al meglio la vita familiare e lavorativa serve un’offerta migliore, varia e innovativa.

Pertanto, la nostra proposta è il passaggio dal finanziamento dell’offerta (dal Comune all’asilo) al finanzia mento della domanda (dal Comune alle famiglie, tramite voucher spendibili in qualunque asilo, pubblico o privato che sia).

Inoltre, occorre procedere alla completa detassazione degli asili nido privati gestiti da organizzazioni senza scopo di lucro, nonché delle donazioni dei privati agli operatori del terzo settore attivi in questo campo.

Secondo ma non meno importante obiettivo di riforma del sistema di welfare è riordinare, una volta per tutte, le troppe misure assistenziali oggi presenti nell’ordinamento, sostituendole con misura universale che prevenga e limiti il disagio economico e sociale in modo più semplice, più equo e meno discriminatorio.

Tenendo in considerazione il tema dei carichi familiari, così come quello delle differenze territoriali nei poteri d’acquisto.

Quest’ultimo obiettivo deve essere oggi considerato come una priorità, considerato che un milione e mezzo di famiglie vive in condizioni di povertà assoluta, e che la povertà è più che raddoppiata negli anni della crisi: da 1,8 milioni di persone nel 2007 a 4,6 milioni nel 2015. Una misura universale che affronti questa situazione, come accennato poc’anzi, è senz’altro preferibile al confusionario e inefficace insieme di strumenti oggi esistente; tuttavia, è fondamentale che il contrasto alla povertà non diventi un modo per disincentivare il lavoro, come invece farebbe il cosiddetto “reddito di cittadinanza”.

Ecco perché i due requisiti fondamentali di una misura contro la povertà dovrebbero essere l’assorbimento al suo interno di tutte le altre misure assistenziali o prevalentemente assistenziali vigenti, e non la semplice aggiunta di un nuovo strumento, e la presenza di adeguati incentivi alla ricerca di un’occupazione quando possibile, come la temporaneità del sussidio e un’offerta formativa obbligatoria e di qualità.

La soluzione risiede in una “imposta negativa”: un’integrazione al reddito che scatta, al di sotto di una determinata soglia, in maniera variabile, automatica, universale e non discrezionale proprio come un’imposta, applicando l’aliquota scelta alla differenza tra i redditi percepiti e la soglia.

Nella nostra ipotesi, l’integrazione al reddito dovrebbe avere un’aliquota del 50% ed essere corrisposta a tutte le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Per esempio, per una famiglia di tre persone (due adulti e un minore) in un’area metropolitana del Nord Italia, la soglia di povertà assoluta annuale calcolata dall’Istat è circa 18.000 euro. Aumentandola di 5.000 si ottengono 23.000 euro. Ipotizziamo un’aliquota pari al 50%:

• Se la famiglia dell’esempio avesse redditi complessivi pari a 12.000 euro annuali, ne riceverebbe dallo Stato 5.500 (pari al 50% della differenza tra il totale dei redditi e la soglia di povertà aumentata di 5.000 euro, cioè 11.000).

• Se i redditi complessivi fossero pari a 6.000 euro all’anno, la famiglia ne riceverebbe altri 8.500 (pari al 50% dei 17.000 che servirebbero per raggiungere la soglia): più del caso precedente, ma raggiungendo un totale comunque inferiore (14.500 euro contro 17.500). In questo modo, la famiglia sarebbe incentivata a lavorare di più per aumentare i redditi, e non a lavorare di meno per ottenere un sussidio maggiore.

• Se la famiglia non avesse alcun reddito né beni patrimoniali rilevanti, il sussidio che lo Stato dovrebbe corrisponderle sarebbe pari a 11.500 euro, cioè il 50% dei 23.000: anche in questo caso, alla famiglia converrebbe ottenere redditi maggiori, senza che ciò comporti la perdita del beneficio.

Ovviamente, l’erogazione dell’imposta negativa richiede il soddisfacimento di determinate condizioni. Primo, non dovrebbero beneficiarne i cosiddetti “evasori totali” e i responsabili di gravi reati tributari o di violazioni delle norme relative alla percezione dell’imposta negativa stessa, ovviamente dopo sentenza passata in giudicato. E questo a prescindere dalla condizione, o meno, di incapienza. Secondo, la corresponsione dell’imposta negativa dovrebbe essere condizionata alla puntuale osservanza dell’obbligo scolastico da parte dei minori presenti nelle famiglie beneficiarie e alla frequenza di programmi di lingua e cultura italiana, nel caso di nuclei familiari al cui interno si trovino cittadini stranieri.

Terzo, l’erogazione sarebbe condizionata alla partecipazione a programmi gratuiti di formazione professionale o di formazione continua. Quarto, l’imposta negativa potrebbe essere corrisposta per un tempo massimo di 24 mesi, con una sospensione di almeno 24 mesi tra una richiesta di erogazione e l’altra. Inoltre, la corresponsione avverrebbe, dal tredicesimo mese di erogazione in poi, per il 50% attraverso un voucher contributivo, cioè un ‘buono’ personale e non cedibile che accompagni i componenti del nucleo familiare nella loro ricerca di un lavoro.

Ovviamente, la temporaneità dell’erogazione non riguarderebbe persone riconosciute come impossibilitate a lavorare, come ad esempio gli ultrasessantacinquenni o quelle con gravi disabilità.

Infine, ovviamente, l’imposta negativa sul reddito dovrebbe sostituire tutte le prestazioni assistenziali o prevalentemente assistenziali oggi presenti nell’ordinamento.

Una riforma del sistema di welfare, poi, non può non riguardare la sanità pubblica.

Una sanità pubblica che è e resta una delle migliori al mondo, ma che deve essere resa accessibile a tutti, e non solo sulla carta. Negli ultimi anni la sanità è stata ridotta a una questione di mera sostenibilità economica, operando tagli lineari che hanno avuto come conseguenza solo l’incremento della spesa privata per accedere alle cure.

A pagarne le conseguenze sono stati i cittadini più disagiati e quelli del Mezzogiorno, spesso costretti al turismo sanitario. Per questo oggi dobbiamo ricostruire la sanità, rendendola equa, efficace, sostenibile, in grado di affrontare le sfide emergenti: invecchiamento, cronicità, disabilità, non autosufficienza.

Per questo la sanità deve essere riformata profondamente, sia al suo interno che nel suo rapporto con la sanità privata.

Innanzitutto, occorre che il sistema sanitario prenda in carico il paziente nella sua globalità di problemi sociosanitari.

Non si può lasciare solo il cittadino a vagare, coi suoi problemi di salute, da un ospedale all’altro e da uno specialista all’altro senza una guida, sprecando tempo e risorse economiche. Bisogna avvicinare la salute ai cittadini, potenziando l’assistenza domiciliare, e sviluppare la cultura dell’appropriatezza, per evitare esami inutili e ricoveri inappropriati da una parte, e per garantire a tutti il diritto alla salute dall’altra (ad esempio eliminando il pagamento del ticket per la cura delle malattie più gravi, a partire dai tumori).

Bisogna incentivare e garantire lo sviluppo di forme associative tra medici, garantendo l’assistenza primaria sul territorio 24 ore su 24, 7 giorni su 7, creando un filtro che eviti il ricorso improprio al Pronto Soccorso.

Bisogna riorganizzare i presidi ospedalieri in un’ottica di rete, condividendo protocolli e mettendo in collegamento tra loro ospedali di alta specialità con valenza macro-regionale e ospedali territoriali in grado di assicurare servizi primari e cure intermedie.

La condivisione dei protocolli diagnostico-terapeutici e del fascicolo sanitario del paziente, attraverso un’imponente digitalizzazione del sistema sanitario, deve servire a dare continuità di cura. La riqualificazione delle strutture in disuso deve invece servire per creare posti letto per il paziente cronico, con cure intermedie, riabilitazione, terapia del dolore e cure palliative.

In questo scenario di tutela “diffusa” della salute, siamo convinti che pubblico e privato debbano cooperare e integrarsi. Stesse regole per tutti garantiscono pari opportunità e competitività virtuosa ai gestori, maggior sicurezza e libertà di scelta ai cittadini.

Vanno quindi uniformati i requisiti regionali di accreditamento e applicati ai gestori pubblici e privati, eliminando l’istituto del convenzionamento, mentre occorre riordinare e rendere più efficiente la spesa sanitaria privata, introducendo nel settore della sanità integrativa una disciplina organica e omogenea per tutti gli operatori, che agevoli una migliore protezione degli aderenti e una più virtuosa sinergia funzionale con il Servizio sanitario nazionale.

La parità tra pubblico e privato, per funzionare, necessita però di un sistema di valutazioni oggettive: per gli operatori, per le aziende, per gli stessi sistemi regionali. Con strumenti premianti e penalizzanti sulla base dei risultati, che rafforzino l’autonomia delle esperienze virtuose (a livello di singola azienda, ma anche di regione) e il controllo di quelle in disequilibrio. In particolare per i manager, siamo convinti che le scelte di politica sanitaria vadano attuate al di fuori di logiche clientelari di asservimento politico.

Occorre rendere più stringenti i criteri di scelta per le diverse posizioni da ricoprire, incentivare la mobilità di competenze, e adeguare la remunerazione economica ai risultati. Inoltre, è urgente recuperare risorse riducendo gli sprechi, agendo sull’appropriatezza delle prestazioni e dei ricoveri, ma non solo.

Bisogna superare il Nomenclatore Tariffario e rivitalizzare la legge 13/89 per migliorare la spesa e il sistema di erogazione di ausili e servizi per anziani e disabili, che in questo momento vengono forniti dalle ASL senza un controllo del rapporto qualità/prezzo.

Ovviamente nessuna riforma può essere portata a termine senza coinvolgere gli operatori sanitari. Noi crediamo che i professionisti che tutelano la nostra salute siano una risorsa su cui investire: non è più derogabile la definizione di un piano nazionale per il fabbisogno di risorse umane di medici, infermieri, laureati non medici (psicologi, biologi, fisici, chimici, radiofarmacisti, farmacisti), operatori socio-sanitari.

Nei prossimi anni avremo carenza di medici e infermieri, e abbiamo già operatori di età avanzata. Vogliamo far tornare il medico a gestore della salute, riducendone gli oneri burocratici e ridefinendone i percorsi formativi. Per tutti gli operatori bisogna adeguare la remunerazione alla complessità del lavoro svolto, alle professionalità acquisite, alla responsabilità connessa all’attività.

Gli operatori sanitari devono essere infine il fulcro attorno al quale incentrare una profonda opera di prevenzione intesa soprattutto a “creare” salute, perché il primo e più ovvio modo per ridurre la spesa sanitaria è avere persone sane, in grado di essere produttive. È fondamentale allora iniziare sin dalle scuole primarie a educare alla prevenzione, mentre ai medici di base deve essere attribuito un ruolo centrale nella promozione degli screening e nel monitoraggio dell’aderenza dei pazienti, secondo l’idea che la salute non è solo un diritto, ma è un bene di cui i cittadini siamo corresponsabili, e la cui tutela va incentivata mediante la riduzione del costo del ticket.

Ovviamente rimane il problema della sostenibilità economica di un sistema sanitario universalistico. Noi siamo convinti che universale non significhi necessariamente gratuito per tutti. L’impegno dello Stato deve essere quello di garantire la gratuità a tutti i cittadini affetti da grandi malattie e l’equità di accesso ai farmaci e alle tecnologie innovative, indipendentemente dal reddito.

Per le prestazioni “minori” va invece prevista una quota di compartecipazione alla spesa che tenga conto del reddito reale della famiglia e del livello di appropriatezza della prestazione richiesta.

Infine se vogliamo che il nostro sistema sanitario diventi un volano di sviluppo economico oltre che sociale del Paese, occorre investire in innovazione e ricerca: aumentando numero e risorse a disposizione dei ricercatori, creando connessioni tra Aziende Sanitarie e IRCCS, semplificando i processi di approvazione e autorizzazione degli studi clinici multicentrici, agevolando fiscalmente le imprese che investono in Ricerca e Sviluppo e aumentando la nostra capacità brevettuale.

Un ripensamento del sistema di welfare in senso sussidiario deve riguardare anche il riconoscimento di chi eroga servizi cui lo Stato stesso avrebbe l’obbligo di provvedere direttamente, e che pertanto lo Stato deve almeno riconoscere.

È il caso dei “caregiver” familiari, un esercito di oltre tre milioni di persone che tutti i giorni si occupano 24 ore su 24 dei propri congiunti non autosufficienti, ma anche delle badanti.

La nostra proposta è, innanzitutto, erogare contributi figurativi per chi nel corso della vita è stato costretto ad abbandonare il lavoro per assistere familiari non autosufficienti e per il pensionamento anticipato di queste persone, e rendere deducibili dal reddito gli stipendi di badanti e figure assimilabili.

Per la stessa ragione, e allo stesso modo, andrebbero valorizzati attraverso deduzioni commisurate al tempo impiegato e contributi figurativi il volontariato e le attività sociali, tra cui quelle dedicate all’invecchiamento attivo.

Infine, anche il sistema previdenziale dovrà adattarsi gradualmente alla società del futuro, avvicinandosi sempre più alle esigenze e al sostegno del singolo individuo.

Il nostro obiettivo è, innanzitutto, agevolare la flessibilità “in entrata”, eliminando tutti i condizionamenti oggi esistenti al versamento di contributi volontari e semplificandone la procedura. Allo stesso modo deve essere introdotta la possibilità di effettuare versamenti da parte di fondi di solidarietà aziendale o da parte del datore di lavoro, anche quali incentivi alla produttività.

Nella medesima prospettiva deve essere valorizzata la previdenza integrativa, consentendo il versamento agevolato di contributi accantonati nella previdenza complementare verso la previdenza pubblica, per facilitare il raggiungimento dei requisiti di accesso alla pensione obbligatoria. Parallelamente, al fine di agevolare l’inserimento nel mercato del lavoro dei giovani, deve essere introdotta la facoltà di parziale opting-out dal sistema previdenziale pubblico a quello privato, per abbassare il costo del lavoro e distribuire più adeguatamente il rischio previdenziale su una quota pubblica a ripartizione e una quota privata a capitalizzazione individuale.

Ciò consentirebbe, nel lungo periodo, di aumentare gradualmente la libertà di scelta e la concorrenzialità nel settore previdenziale, e di conseguenza i rendimenti delle somme versate, senza minare la sostenibilità finanziaria del sistema nel suo complesso». (“Energie per l'Italia”)

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