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OLTRE "LO STECCATO"!

(di Fausto G. Longo) - Capita spesso di ripensare ai manifesti e agli slogan che capeggiavano sui muri della vecchia sezione del Fronte della Gioventù prima e di Azione Giovani dopo. Eravamo...

"Energie PER L'Italia" - Programma di Governo - Cap. 6. "PER liberale la scuola"...

EPI Scuola(A cura della Redazione - Fonte: sito di "Energie PER L'Italia") - «Un sistema di istruzione di qualità, che allevi la disuguaglianza e premi il merito, è requisito indispensabile per garantire al paese crescita e sviluppo nel lungo periodo.

I risultati degli studenti italiani nelle principali rilevazioni internazionali, purtroppo, rilevano da anni un gap notevole tra le competenze dei nostri studenti e di quelli dei principali Paesi partner.

La scuola pubblica italiana è uguale per tutti solo sulla carta: la differenza di risultati tra Nord e Sud è impressionante, e sui punteggi incidono in maniera decisiva le condizioni socio-economiche di partenza degli studenti.

I tagli di spesa, che pure pensiamo siano una delle priorità del Paese, non devono toccare il sistema scolastico e universitario. Anzi: la spesa in istruzione andrebbe aumentata almeno fino alla media OCSE, ma prima di farlo occorre creare le condizioni perché si possa spendere meglio.

C’è infatti, nella spesa in istruzione del nostro Paese, un problema di fondo: essa è enormemente sbilanciata verso gli stipendi dei docenti, mentre lascia solo briciole a programmi di formazione, nuove tecnologie, sistemi di premialità per i docenti più capaci, miglioramento delle infrastrutture.

Ecco perché maggiori risorse sono necessarie, ma soltanto in una struttura organizzativa che preveda incentivi al merito: per questo, il primo passo è la riorganizzazione del sistema scolastico, in modo da aumentare l’efficacia di futuri aumenti di spesa. Abbiamo bisogno di una scuola meritocratica, che torni ad essere ascensore sociale per chi ha più capacità e meno risorse familiari. Abbiamo bisogno di meno insegnanti, motivati, formati e pagati meglio.

Abbiamo bisogno di autonomia scolastica e vera parità tra scuole pubbliche, paritarie e private. Di una scuola in cui siano i presidi a scegliere i professori, e non i sindacati.

Di una scuola che metta al centro i ragazzi, che faccia emergere i loro talenti, che li motivi a uscire da lì preparati e motivati, pronti ad affrontare le sfide del futuro e del mercato del lavoro. Di una scuola viva, aperta dodici ore al giorno.

Come possiamo raggiungere questi risultati?

Innanzitutto, valorizzando i docenti. È importante dunque elaborare, finanziare e attuare un programma di formazione continua degli insegnanti che permetta loro di stare al passo con l’innovazione pedagogica e con le esigenze della scuola moderna, per conoscere e approfondire sia i contenuti sia il modo di trasmetterli, attraverso il passaggio alla didattica per competenze.

Ma gli insegnanti devono essere selezionati in base a capacità che vanno poi riconosciute anche sotto il profilo retributivo.

I docenti italiani percepiscono circa il 60% del salario medio di un laureato, contro una media OCSE di circa l’85%; a fronte di un salario mediocre, gli insegnanti insegnano circa il 10% di ore meno della media OCSE. Per attirare all’insegnamento le eccellenze del paese, e non far vedere l’insegnamento come un lavoro di ripiego, bisogna garantire una progressione salariale adeguata. Le pur misere progressioni di retribuzione sono oggi affidate a meccanismi automatici completamente scollegati dalle capacità e dai risultati; per i docenti delle scuole manca completamente l’idea di “carriera”. Questo totale automatismo non è più accettabile: è impensabile che la qualità della scuola venga affidata solamente allo spirito vocazionale dell’insegnante.

Occorre perciò introdurre un percorso di differenziazione salariale e progressione di carriera degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, basato sul merito.

Il secondo pilastro su cui poggia la scuola che immaginiamo è l’autonomia scolastica.

Mentre l’autonomia introdotta dalle riforme degli anni scorsi introduce nelle scuole elementi di flessibilità organizzativa, didattica e curricolare, nei fatti questa possibilità si scontra con notevoli resistenze imposte dall’attuale struttura burocratica della scuola. Vera autonomia significa introdurre la possibilità per le scuole di definire la propria filosofia educativa, basata su un piano formativo coerente, e di poter effettuare decisioni necessarie a realizzarla.

Per attuarlo, devono poter essere decentralizzate decisioni su praticamente tutti gli aspetti della formazione scolastica: orari, obiettivi e strategie, programmi, criteri di valutazione e di comunicazione dei risultati dell’apprendimento alle famiglie. A livello centrale andrebbero definiti solo obiettivi formativi minimi che le scuole devono tassativamente rispettare (tra cui dovrebbero rientrare, fin da subito, il bilinguismo e l’insegnamento dell’educazione civica), pena il “commissariamento” della scuola con la sostituzione dei suoi organi di governo, iniziando dal dirigente.

L’abolizione del valore legale del titolo di studio, pur senza costituire la panacea dei problemi della scuola italiana, contribuirebbe infine a incentivare una maggiore autonomia scolastica, delegando il valore da dare al risultato dell’esame di Stato al mercato del lavoro e alle università.

All’autonomia dei singoli istituti deve accompagnarsi la piena libertà a tutte le famiglie, comprese le indigenti, di scegliere se mandare i propri figli ad una scuola paritaria o statale. Oggi, infatti, lo Stato spende quasi 9000 euro all’anno per ogni studente iscritto a una scuola statale, e solo 500 per ciascuno studente di una scuola paritaria. Di conseguenza, tante famiglie italiane sono costrette a scegliere la scuola statale. Per assicurare una reale parità scolastica occorre riorganizzare il finanziamento dell’intero sistema nazionale di istruzione, stabilendo il costo standard di sostenibilità per allievo, cioè il costo per lo Stato di ciascuno studente, a prescindere dalla natura della scuola frequentata, e attribuendo alle famiglie un voucher spendibile in qualunque istituto. Inoltre, devono essere immediatamente riconosciute anche agli insegnanti delle scuole paritarie l’anzianità e la progressione di punteggi previste per i docenti delle scuole statali.

Di autonomia ha bisogno non soltanto la scuola, ma anche l’università. Il settore pubblico non è titolare unico dell’insegnamento, dobbiamo aprirci, dobbiamo mettere in concorrenza le realtà. Abbiamo un sistema educativo che è ancora quello del ’68: un sistema chiuso, invidioso, contro l’impresa e contro la ricchezza.

È ora di dire basta: l’università deve uscire dall’autoreferenzialità, perché solo l’università può essere il motore dello sviluppo di un Paese.

Negli Stati Uniti il progresso e la ricchezza si sono generati e sviluppati intorno ai poli universitari, e lo stesso deve avvenire in Italia.

Dobbiamo creare un’università aperta, non costruita sulle esigenze dei docenti, che produca meno timbri e più competenze, che viva un rapporto intenso e reale con il privato e con le imprese.

Nel settore universitario e della ricerca, benché non ci sia soltanto un problema di spesa, in Italia c’è anche un problema di spesa, testimoniato dal fatto che la percentuale di Pil per ricerca e sviluppo è da anni nettamente inferiore alla media europea e alla media OCSE. Per riallineare la spesa italiana gli interventi da pensare vanno principalmente in due direzioni: razionalizzazione della spesa esistente e incentivi agli investimenti privati. Idealmente abbiamo bisogno di università che vivano solo ed esclusivamente delle rette dei loro studenti, e per questo dobbiamo spostare il finanziamento dall’offerta alla domanda, aumentando drasticamente borse di studio e aiuti ai giovani, e diminuendo progressivamente i trasferimenti diretti tra Stato e università.

Oggi la stragrande maggioranza del finanziamento delle università dipende da quello dell’anno precedente: dov’è la meritocrazia? Dov’è il potere di scelta di studenti e famiglie? Per questo, però, ci vorrà tempo. Nel frattempo, occorre semplificare le procedure di gestione dei fondi, ridurre gli sprechi tagliando sui “doppioni” e intervenire sugli atenei. Una vera razionalizzazione della spesa presuppone inoltre un cambiamento di rotta nel sistema di valutazione degli atenei e nella capacità dell’università italiana di attrarre intelligenze dall’estero.

L’Italia fa fatica a trattenere i suoi ricercatori migliori, che tendono a emigrare all’estero dove hanno maggiori opportunità, maggiori riconoscimenti e stipendi più alti. Per finanziare un aumento della spesa in R&S sarà poi necessario puntare sugli investimenti privati incentivando le grandi imprese a trasferire in Italia le proprie divisioni di ricerca e sviluppo, e creando un sistema che favorisca gli investimenti in innovazione (al di là della Patent Box e del decreto start-up), attraverso misure semplici e non burocratiche.

I problemi dell’università italiana riguardano anche la didattica. Occorre ripensare il diritto allo studio, stabilendo in prima istanza regole su base nazionale per l’elargizione delle borse, che dovranno essere differenziate per categorie di merito, e dare agli studenti più meritevoli l’opportunità di frequentare corsi anche in altre aree geografiche offrendo loro la possibilità di scegliere tra i percorsi migliori in termini di materie, laboratori e centri sperimentali.

Maggiore spazio, insomma, in termini di “buoni università” spendibili, agli studenti meritevoli che scelgono autonomamente l’ateneo presso cui proseguire con gli studi e minore affidamento ai finanziamenti diretti dati in gestione agli atenei. Infine, è vitale che la didattica universitaria si riavvicini al mondo dell’impresa: ed è vitale sia per i giovani sia per le stesse imprese, che fanno fatica a trovare personale con le giuste competenze.

È necessario che l’università aiuti i ragazzi a inserirsi nel mondo aziendale, sviluppando quelle competenze: è pertanto necessario programmare periodi di formazione su percorsi scelti dagli studenti in collaborazione con il corpo docenti, sulla base delle attitudini e delle preferenze dei primi. Questo permetterebbe alle aziende di ridurre i costi di seguire una risorsa improduttiva nel periodo dell’inserimento, e contemporaneamente di ridurre il tempo di transizione tra studio e lavoro, che nel nostro Paese è il più alto in Europa». (“Energie PER L'Italia”)

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