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OLTRE "LO STECCATO"!

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"Energie PER L'Italia" - Programma di Governo - Cap. 9. "PER meno spesa, meno debito, meno tasse"...

EPI.Cap. 9(A cura della Redazione - Fonte: sito di "Energie PER L'Italia") - «Le idee di politica economica dei principali partiti italiani cambiano forse nei toni, molto meno nella sostanza: ignorare il Fiscal compact e la Costituzione, rinviando il pareggio di bilancio e potendo quindi fare ancora deficit per i prossimi cinque anni. È la stessa ricetta di sempre e di (quasi) tutti.

Ed è una ricetta sbagliata, specialmente durante una fase espansiva del ciclo economico.

Fare deficit significa spendere più di quanto si abbia a disposizione, indebitandosi. L’Italia lo fa da sempre e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se siamo così spesso oggetto di speculazioni finanziarie è esattamente perché ogni volta che facciamo deficit stiamo vendendo “un pezzo di Italia” a qualcuno: e per questa ragione il debito pubblico è la più grande minaccia alla nostra sovranità e alla nostra libertà, anche politica. I nostri figli non possono ereditare il peso delle decisioni che noi non siamo stati capaci di prendere. E non possiamo lasciar loro in eredità un’economia che continua a essere schiacciata dal debito che noi abbiamo accumulato.

Per tornare ad avere reale autonomia sui nostri conti pubblici, senza più il fiato sul collo dei creditori e la spada di Damocle della speculazione internazionale, dobbiamo ridurre il debito pubblico. E per fare questo dobbiamo ridurre il peso della spesa pubblica rispetto alla dimensione dell’economia italiana. Spendiamo più di quanto ci possiamo permettere, tenendo conto della necessità di ridurre debito e tasse.

Finanze pubbliche in ordine non significano però finanze pubbliche immobili. Si può fare molto anche all’interno di equilibri di bilancio che sono ristretti e lo saranno ancor di più nel prossimo futuro. Si può fare molto se si torna seriamente a parlare di revisione strategica (e non solo funzionale) della spesa pubblica.

La spending review non deve essere più considerata come un provvedimento emergenziale, necessario a far fronte ad altre spese. Spendere meno - e meglio – dovrebbe diventare parte integrante di tutte le decisioni e gli atti delle pubbliche amministrazioni, dallo Stato centrale in giù, come criterio di efficienza. La nostra rivoluzione sarà quella di iniziare a valutare le spese dello Stato secondo gli obiettivi prefissati e di introdurre il controllo di gestione, come nelle aziende, per valutare la qualità delle spese e degli investimenti.

“Stanziare risorse” serve a poco, se nessuno verifica se quelle risorse hanno generato o meno l’obiettivo prefissato. La spending review, allora, diventa il modo con cui far pagare meno tasse ai cittadini, e non quello con cui tagliare loro i servizi: perché le spese effettuate devono essere valutate secondo i risultati raggiunti, e non più secondo le loro buone intenzioni.

Ciò sarebbe reso molto più semplice dall’adozione di un vero federalismo fiscale, che avvicini le scelte della politica il più possibile ai cittadini, definendo con chiarezza le imposte che finanziano lo Stato centrale e gli enti locali e limitando nel tempo i poteri di spesa di questi ultimi ai mezzi economici a loro disposizione.

Nel lungo periodo, l’unico modo di garantire l’efficienza dello Stato, e quindi di ridurre la spesa pubblica, è riformare la pubblica amministrazione. La burocrazia è uno dei maggiori ostacoli alla crescita del Paese, e per questo una vera riforma del settore pubblico non può più attendere. Con una logica, però, diversa dal passato: e cioè chiedendosi non tanto come lo Stato possa fare un poco meglio le ‘cose’ che già fa, ma invece quali di queste debba fare, e quali no. Questa e solo questa è la strada per uno Stato forte, che faccia meno ma meglio: sceglierne, democraticamente, le priorità.

Negli ultimi decenni lo Stato, rinunciando alla sua vocazione di regolatore e arbitro, si è caratterizzato più quale agente di spesa che come soggetto in grado di dar vita, garantendone il funzionamento e il rispetto, a un sistema di regole in grado di offrire un quadro istituzionale all’interno del quale possa liberamente esprimersi la libera iniziativa degli individui e dei corpi intermedi.

Occorre pertanto superare le debolezze del presente cominciando a guardare allo Stato, prim’ancora che come erogatore di servizi pubblici, come autorevole produttore di norme e controllore della loro corretta applicazione.

Ciò significa, da una parte, adottare provvedimenti a favore della concorrenza in tutti i settori (servizi pubblici locali, trasporti, assicurazioni, fondi pensione, carburanti, gas, servizi postali), e dall’altra procedere alla riorganizzazione della macchina statale, delle sue regole e del suo funzionamento.

La sussidiarietà orizzontale rappresenta il principale strumento, fino a oggi completamente disatteso, di riforma organica della pubblica amministrazione: declinato, da un lato, in termini di coinvolgimento, nell’esercizio delle funzioni pubbliche, di associazioni e organizzazioni private, lasciando allo Stato e agli enti territoriali il finanziamento, la regolazione e il controllo delle attività; dall’altro, in termini di integrale revisione dell’organizzazione delle pubbliche amministrazioni e della gestione del loro personale, che deve essere finalmente incentivato a realizzare gli obiettivi prefissati, e non a preoccuparsi di assumersi responsabilità.

Proprio la valutazione della pubblica amministrazione è la funzione chiave che è mancata nelle riforme degli ultimi anni: ma solamente superando l’approccio amministrativista e giuridico-formale che caratterizza le nostre pubbliche amministrazioni queste potranno finalmente diventare motore, e non più freno, dello sviluppo del Paese.

Una corposa opera di modernizzazione deve riguardare anche l’organizzazione del lavoro. Secondo un principio tanto banale quanto spesso ignorato: l’utilizzo delle risorse umane deve essere finalizzato al miglioramento dei servizi, e non viceversa. Non solo perché la trasformazione del mondo del lavoro di oggi richiede regole di flessibilità sulle mansioni, sul distacco di personale, sulla mobilità, superando certe garanzie e tutele ingiustificate. Ma soprattutto perché negli ultimi anni si è accentuato il paradosso del pubblico impiego, per il quale nelle pubbliche amministrazioni vi sono molte persone e contemporaneamente troppo poche persone, mancando le competenze realmente necessarie.

Per questo occorre partire dalle competenze per avviare un piano di riforma del lavoro pubblico, oltre che estendere - adattandole – le norme del Jobs Act al settore pubblico, per garantire finalmente un trattamento degli impiegati equiparato a quello in vigore nel settore privato.

Non è solo un problema di licenziamenti, giacché tanti altri esempi provenienti dal settore privato non possono essere ignorati: dalle norme sull’apprendistato, sulle mansioni, sulla contrattazione di secondo livello, sulla retribuzione accessoria.

E anche in quest’ottica va previsto il diritto alla formazione continua, già esaminato nel paragrafo sulla riforma del lavoro, ancor più necessario con una platea di dipendenti, come quella del nostro pubblico impiego, tra le più anziane del mondo.

Infine, una sfida fondamentale per la pubblica amministrazione del futuro è la sua digitalizzazione.

Negli ultimi anni, le pubbliche amministrazioni italiane hanno speso moltissimi soldi, tempo ed energie per digitalizzarsi. Ma è stato uno spreco. Quello che è stato fatto è replicare il modello di funzionamento dei diversi enti, trasferendolo online. Ogni singola amministrazione ha creato il proprio database, il proprio sito, i propri servizi online. Ora: vi immaginate se Amazon avesse un sito diverso per ogni tipologia di prodotto che vende? O se per accedere a ciascuna pagina di Facebook si dovesse entrare con un username e una password diversa? Digitalizzare non vuol dire trasformare i documenti cartacei in bit: vuol dire offrire servizi che fino a poco tempo fa non esistevano, progettati in chiave digitale.

Spostare online le procedure della pubblica amministrazione non significa altro che aumentare la burocrazia. L’obiettivo della digitalizzazione, invece, deve essere ridurla.

Per quanto lenta e faticosa, l’unica operazione da fare è ripartire da zero, con un modello di pubblica amministrazione digitale basato sul cliente, cioè sui cittadini, e che permetta loro di accedere a qualunque servizio pubblico - dal pagamento delle tasse all’iscrizione dei figli all’asilo – da un unico portale e con un unico database.

Questa operazione richiede un forte investimento iniziale, ma sarebbe presto ripagata da enormi benefici: sia sul fronte dell’efficienza e della riduzione dei costi della pubblica amministrazione, sia su quello delle opportunità generate dall’elaborazione dei dati e dallo svolgimento di nuovi e diversi servizi pubblici, basati sulle reali esigenze dei cittadini, da parte di aziende e di enti del privato sociale.

Parallelamente alla riforma della pubblica amministrazione, occorre ridurre la spesa pubblica per consentirci di ridurre debito e tasse in modo sostenibile. Il nostro obiettivo, in questo senso, è quello di ridurre il rapporto strutturale tra spesa primaria e Pil di almeno cinque punti percentuali in cinque anni.

È un obiettivo realistico tenendo conto del livello attuale della spesa primaria che, al 45.6%, resta elevato e troppo concentrato sulla spesa previdenziale.

Risparmi consistenti possono essere ottenuti già in pochi mesi, innanzitutto eliminando tutti i sussidi alle imprese, riducendo drasticamente le partecipate locali, liberalizzando la gestione dei servizi pubblici, privatizzando la maggior parte delle imprese pubbliche (Enel, Snam, Terna e Rai, per cominciare), cedendo gradualmente immobili del demanio pubblico.

Ridurre ulteriormente la spesa corrente per acquisti di beni e servizi, eliminare la maggior parte dei bonus introdotti negli ultimi anni e azzerare le spese fiscali basterebbe a garantire, in meno di un anno di tempo, buona parte dei risparmi necessari al raggiungimento dell’obiettivo.

Ci sono poi altri interventi che, per loro natura, richiederanno tempo. Le proposte elaborate da Roberto Perotti e Carlo Cottarelli, opportunamente aggiornate, costituiscono in questo senso un’eccellente base di lavoro.

Il risparmio totale che può essere generato dalla loro adozione è di circa 10 miliardi per il primo anno, e di circa 150 miliardi complessivi nei primi cinque anni. Tale risparmio consentirà, innanzitutto, la riduzione del debito pubblico, e in secondo luogo una quanto mai necessaria revisione del sistema tributario, che oggi fa dell’Italia, semplicemente, un inferno fiscale.

350, 238 e 43 non sono i numeri del lotto, ma rispettivamente il numero di tipologie di tasse e imposte presenti in Italia (350), il numero di ore all’anno medie che servono per pagarle (240), e la pressione fiscale rispetto al Pil (43%). Il nostro sistema tributario è contemporaneamente esoso, complicato, discriminatorio (per l’enorme numero di differenti regimi fiscali, che finiscono per creare squilibri nei prelievi netti di redditi uguali nell’entità, ma provenienti da attività economiche differenti), e inefficace (perché incapace di riequilibrare le diseguaglianze, sia dal lato delle entrate che da quello delle uscite).

Per la sua profondità, il tema della riduzione della pressione fiscale - che pure domina il discorso politico da decenni - dovrebbe essere affrontato alla radice, azzerando l’esistente per creare un sistema su basi nuove. Qualunque nuova misura parziale, sia pure migliorativa dell’esistente, rischia di risultare controproducente: ogni nuova detrazione, aliquota o regime agevolato, in assenza di un disegno di riordino complessivo, è un ulteriore elemento di complicazione e iniquità, che pur muovendo da buone intenzioni finisce spesso per determinare effetti negativi nel complesso.

Il nostro progetto di riforma del sistema fiscale ha come base di lavoro “25xtutti”, una proposta elaborata dall’Istituto Bruno Leoni. Si tratta di un progetto complesso, che ambisce a riformare in profondità l’intero sistema fiscale, e la politica, per tornare credibile, deve tornare a offrire serietà agli elettori. Per questo, sarebbe ipocrita sostenere l’applicabilità - in toto e in tempi brevi - di una proposta così ambiziosa. Ciò che conta, nell’attuazione di una riforma così profonda, non è portarla a compimento così com’è in tempi brevi, aumentando il rischio di generare effetti indesiderati; bensì identificare da subito i vari stadi e tempi di realizzazione, garantendo certezze a cittadini e imprese.

Un metodo, questo, che è mancato largamente negli ultimi anni, e che invece deve diventare la prassi nell’attuazione delle riforme.

Tornando alla proposta, ci sono aspetti che non ci convincono; ma essa rimane, indubbiamente, la base di lavoro su cui vogliamo imperniare la nostra azione di governo in materia fiscale, in quanto ciò che di essa ci convince, oltre all’organicità, sono i criteri e gli obiettivi alla base del suo impianto.

Il primo di questi obiettivi è sfoltire la giungla di aliquote e regimi fiscali diversi oggi esistente, in particolar modo per quanto riguarda l’IRPEF e i regimi ad essa sostitutivi, che rendono il sistema vigente progressivo solo a parole, dato che la progressività riguarda i soli redditi da lavoro. In questo senso, si può pensare di iniziare a diminuire a due le aliquote IRPEF, senza necessariamente passare immediatamente all’imposta unica, ma tendendo a tale obiettivo nel medio-lungo periodo con un’aliquota del 25% come proposto dall’Istituto Bruno Leoni.

Il secondo obiettivo è ridurre la pressione fiscale sulle imprese, che è la più elevata del mondo occidentale. Per rendere l’Italia attrattiva agli occhi degli investitori, la somma delle aliquote di Ires e Irap dovrebbe essere ridotta al 20% (e al 10% per le start-up). Ciò significa tendere, nel lungo termine, alla eliminazione dell’Irap. Si tratta, infatti, dell’imposta più odiosa e più ingiusta del nostro sistema fiscale, l’emblema del pregiudizio anti-impresa che vige in Italia. Il motivo è semplice: l’Irap si applica non solo agli utili, ma anche a costi e perdite. E, così facendo, spesso gli utili li assorbe completamente, generando rabbia e sconcerto negli imprenditori. Per eliminare l’Irap, tuttavia, ci vorrà il tempo di una legislatura. Ciò che si può fare immediatamente è modificarne l’impianto, rendendo deducibili gli oneri finanziari, così da favorire assunzioni di personale e investimenti anche con capitale di terzi, e nel frattempo ridurre progressivamente l’Ires per ridurne l’aliquota al 15% in cinque anni.

Adottare queste misure, con una seria spending review, è possibile, per poi estenderle al resto del Paese. Per aumentare gli investimenti, inoltre, è indispensabile trasformare il piano Industria 4.0 in strumento strutturale e definitivo di incentivazione, estendendolo agli investimenti in ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, agricoltura e turismo.

Il terzo obiettivo è stabilizzare imposte oggetto di continue revisioni, come quelle sugli immobili e sui servizi pubblici.

L’IMU, in particolare, è stata oggetto negli ultimi anni di continui e repentini cambiamenti di regime, spesso esclusivamente strumentali a campagne elettorali imminenti, senza nessun riguardo verso gli effetti concreti e la logica che dovrebbe ispirare la tassazione del patrimonio immobiliare.

Da Monti in poi, tanto per essere chiari, chi ci governa pensa che le seconde case siano un affare di pochi privilegiati, solo ville esclusive a Capri e a Cortina. Eppure ogni anno a dover pagare un’IMU esorbitante sono dieci milioni di italiani. Persone che magari hanno ereditato una casa dai nonni, persone che coi soldi di un piccolo appartamento affittato a malapena pareggiano i costi. Persone esasperate dalle tasse e dal calo del valore degli immobili (-15% in cinque anni, di media), ma che non riescono nemmeno a vendere e devono continuare a pagare. Ecco perché il primo passo necessario è il dimezzamento delle aliquote IMU sulle case diverse dalla prima e sui terreni e il suo azzeramento su negozi, capannoni e beni strumentali, con contestuale drastico snellimento delle procedure urbanistiche e dei regolamenti edilizi, così da far ripartire il mercato immobiliare e far tornare gli immobili ai valori pre-crisi, in attesa di poter contare sulle risorse provenienti dalla riduzione della spesa pubblica necessarie ad accorpare l’IMU all’imposta sui servizi pubblici urbani.

Il quarto obiettivo è riequilibrare il rapporto tra imposte dirette e imposte indirette, spostando gradualmente il carico tributario dalle prime alle seconde. All’interno dell’Unione europea, infatti il fisco italiano è un’anomalia. Non solo per il livello della pressione fiscale, eguagliato soltanto da paesi con sistemi di welfare nettamente più efficaci del nostro (Francia, Finlandia, Danimarca, Svezia), ma anche e soprattutto per la sua composizione.

L’aliquota implicita sul lavoro e sul capitale sono tra le più alte in Europa (rispettivamente 43% e 37%, contro una media del 36% e del 26%), mentre quella sui consumi è tra le più basse (18%, contro una media del 20%). Tuttavia, normalmente le imposte più dannose per la crescita economica sono proprio quelle dirette, che colpiscono il reddito: per un Paese, come il nostro, che necessita crescita economica prima di ogni altra cosa, è pertanto di fondamentale importanza invertire questo rapporto, riequilibrando la composizione del gettito fiscale». (“Energie PER l'Italia”)

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